Non è il vento degli approdi che spira, è il vento delle partenze
(Giovanni Comisso, Una città di pescatori)
Due parole
Nel tempo della "condizione postmoderna", del "villaggio
elettronico" e delle reti telematiche, della omogeneizzazione (verso il basso)
del sapere e degli inclusive tours, il viaggio, come elemento della
cultura - di ogni cultura che includa fenomeni di spostamento, movimento - si è
schizofrenicamente dissociato riducendosi, da un lato, a fenomeno consumistico,
dominio dei tour operators, regolato da precise leggi di mercato, piani
di investimento, budgets e dall'altro a fenomeno letterario, dominio
dell'immaginario e dei meccanismi editoriali. Questa scissione coincide con il
dissolversi di ogni residuo legame con la tradizione del viaggio, inteso come
rapporto, avvicinamento tra culture diverse, come conoscenza, apprendimento, con
un senso di piacevole ed emozionante scoperta. Questa concezione - andatasi
perduta nel tempo - si è completamente svuotata del suo significato profondo,
anche se di eredità romantica e borghese: dimostrazione - se peraltro ce ne
fosse bisogno di un'altra - di come la cultura, direttamente o indirettamente
possa essere regolata anche da meccanismi di natura economica.
Dopo i cambiamenti avvenuti in campo politico, sociale, tecnologico e scientifico negli ultimi quarant'anni, non è più possibile apprestarsi a letture di fatti culturali - e il viaggio è uno di questi - nelle sue varie dimensioni antropologiche, letterarie e - perché no? - anche turistiche senza una consapevolezza di questi mutamenti.
Anzi, tre
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